L’uomo che cammina

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Descrizione

L’edizione del 1940 del libro di Ezio Taddei non è mai stata pubblicata in Italia. Con la collaborazione dell’ Assessorato alle Culture del Comune di Livorno e dell’ISTORECO  (Istituto Storico della Resistenza e di Storia Contemporanea nel Comune di Livorno) è stata possibile la pubblicazione di questo volume.

Fondamentale è stato il contributo del Prof. Giancarlo Bertoncini (Università di Pisa) che ha curato il testo e la postfazione.

 

Ezio Taddei

Ezio Taddei (Livorno 1895-Roma 1956) dopo aver trascorso circa sedici anni in carcere o al confino durante il fascismo e dopo un soggiorno da esule negli Stati Uniti, una volta rientrato in Italia nel secondo dopoguerra ottiene la notorietà letteraria con la pubblicazione presso Einaudi di Rotaia, un ampio romanzo storico che si estende dalla prima guerra mondiale alla guerra d'Abissinia. L'attività letteraria e quella giornalistica (presso "l'Unità") gli guadagnano l’amicizia di illustri scrittori, quali Alvaro, Jovine, Savinio, Piovene. Tra le altre opere spicca il romanzo Il pino e la rufola già uscito negli USA nel 1944; in esso Taddei ripercorre la nascita del fascismo con abile mano narrativa nella costruzione dell’opera, nella delineazione dei personaggi e delle varie classi sociali. Altri lavori propongono racconti brevi dal fulmineo e intenso realismo (C’è posta per voi, Mister Brown) o taglienti pamphlet ideologico-politici (E. Taddei, Vittorio Poccecai (biografia d'un evaso dall'inferno di Tito) [nel sottotitolo: I crimini del titismo], Introduzione di V. Vidali, Trieste, 1952).

Negli Stati Uniti era uscito il romanzo qui ristampato, L’uomo che cammina, che a New York  aveva valso a Taddei l’amicizia di Arthur Miller. In forma autobiografica (in parte reale, in parte immaginaria) il protagonista del romanzo, alter ego dell'autore, narra in prevalenza le vicende di circa 16 anni passati tra carceri e luoghi di confino durante il fascismo, a partire dalla partecipazione ai moti di Genova del 1921 e in conseguenza della sua militanza anarchica. In questa peregrinazione il narratore incontra molti personaggi, tra i quali soprattutto detenuti politici, di ogni estrazione ideologica: anarchici come Ferruccio Scarselli, comunisti come Giovanni Roveda e Giorgio Amendola, socialisti come Sandro Pertini. Insieme con episodi di ribellione si rappresentano le durezze e le atrocità della detenzione, o le vessazioni e la violenza del fascismo, come l'uccisione di Gigli a Livorno. Con pagine che anticipano il Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, dal confino in Basilicata proviene la raffigurazione della vita miserrima dei 'cafoni' di Bernalda e della loro estraneità alle vicende e alle menzogne della storia ufficiale. (Giancarlo Bertoncini)

L’Ammutinamento di Finalborgo




Il fascismo si può dire non è mai entrato in carcere.

Come era possibile?

Nel vecchio regolamento, scritto al tempo di Zanardelli, c’era un articolo: “Il detenuto quando esce dalla cella o dal dormitorio deve portare il copricapo, e toglierselo davanti ai superiori.”


Per non portare quel berretto, quante punizioni!..

Ognuno dice sempre:

Me lo sono dimenticato…

E tutto questo perché il detenuto pensa che il saluto è una cosa troppo pesante.

Figuriamoci quello fascista.

  • Qui si saluta alla romana.

  • Siciliano sugno…

  • In cella! gridò il direttore.


Con tutto ciò i fascisti di fuori si sono vendicati, e di tanto in tanto hanno tentato di fare qualche capatina.


Così fece l’ispettore generale Magri, quando entrò nella nostra stanza.

Eravamo in sette; cinque anarchici, un repubblicano, un troskista.

La camera numero 9 – “Incorreggibili.”

  • Voi siete?... Ah, già, già, fece di sì col capo come per dire: Capisco, capisco…


Si fermò davanti alla branda di Boldrini.

  • - Voi?... un nome noto…


Ci disse che era venuto per vedere a quale genere di studio ci eravamo applicati; in altri termini volle vedere i nostri libri e attese che le guardie li ritirassero.




  • Ve li mando questa sera, ci disse quando fu sulla porta.


Invece non tornò nulla, e l’indomani ce lo soffiarono attraverso la porta.

  • Non ve li rendono più. È una nuova circolare. I politici devono essere privati della lettura.


Nel Reclusorio di Finalborgo, oltre a noi 7, vi era la seconda camerata di trenta detenuti politici, in maggioranza comunisti.


Anche lì i libri erano stati tolti.

Se ci avessero detto che la condanna si raddoppiava, io credo non ne saremmo rimasti tanto addolorati.

  • Cosa si fa?

  • L’ammutinamento.


  • Avvertiamo quelli della seconda?

  • No, passa troppo tempo…. bisogna che prima che parta l’ispettore sia scoppiato….

  • Avvertiamoli…. è meglio…

  • Lo sapranno lo stesso, e se vogliono fare il loro dovere….


Una discussione breve, precisa.

In quel punto si apre la porta per la minestra.

Chi sa come successe…. Io ruzzolai per il primo…. Le gavette mi vennero appresso.

Quando mi quietai ero in cella e sentii che gli altri ci venivano uno alla volta.

La casa di Finalborgo era originariamente un convento. Ora è trasformata in reclusorio.

Il campanile, anche quello è stato utilizzato: al posto delle campane hanno murato due cellette per ogni piano.

Io stavo al primo.

Intanto nel reclusorio si sparse un nervosismo acuto.

Il passeggio dei detenuti fu sospeso, le lavorazioni chiuse, e davanti alle camerate dei condannati di delitto comune fu raddoppiata la vigilanza. Ma sul viso del recluso gli agenti leggevano la ribellione pronta a scattare.


Il direttore avvertì telegraficamente Roma della prima mossa, e chiese rinforzi alla legione dei carabinieri di Genova.

Per ventiquattr'ore silenzio e scalpiccio di guardie.

L’indomani mattina, alla medesima ora, improvvisamente si levò un clamore di grida, un romper di oggetti.


Noi in cella si capì.

  • Viva la seconda!...


E furono i canti rivoluzionari che accompagnarono il tumulto.

La popolazione del paese si accalcò attorno al reclusorio.

  • Cos’è successo?

  • Fanno la rivoluzione…


Perché a loro gli pareva un sogno sentire ancora Bandiera Rossa.

I vecchi piangevano e tremavano.

I carabinieri, i fascisti, i soldati, accerchiarono il penale. Le mitragliatrici poste sui muri di cinta.


Dopo la prima esplosione di grida ci fu una calma grave; poi, su per le scale si sentì dei tonfi, delle imprecazioni, scarpe che scivolavano.


Davanti alle celle passò un comunista; lo trascinavano su per la scaletta, aveva il labbro spezzato, la camicia lacera, il sangue sul petto.


Ci guardò e disse:

  • Cosa mi fanno!...


Fu allora che uno dei sette incorreggibili riaprì il tumulto.

Salta. Le braccia aperte, il viso convulso.

Con uno sforzo strappò una lastra di pietra del pancaccio, si avventò contro la porta.

I colpi rimbombavano lungo il campanile.

  • Le pietre – gridava agli altri.

  • - Assassini! Assassini!


Un gruppo di agenti coi moschetti carichi. Le baionette innestate si scagliarono lungo la scala, sui pianerottoli.




  • Assassini!


Le nostre celle furono riaperte, si empirono di guardie, io sentivo avvicinare il mio turno.

Ora ci sono”

Clac, fece la serratura….

Sì, mi venne un po’ di bava quel giorno. Colava a un angolo della bocca…. era rossa.

***




Il picchiettio delle inferriate ci fece capire che la reclusione aveva ripreso il suo andamento normale.

Sottovoce noi ci si comunicava.

  • Polentina, come stai?

  • Come una melanzana…

  • Bisogna resistere.


L’indomani mattina si sentì il rumore della caldaia.

  • Minestra.... disse la guardia.

  • I libri!... gridarono tutte le celle del campanile.


Allora per farci arrendere ci levarono l’acqua, il vaso, le coperte.

Si dormiva sulla pietra, e per i nostri bisogni ci dettero un po’ di segatura.

  • Lo scriva al Ministero: moriremo! disse Roberto al direttore Miraglia.

  • Ho sete! incominciò una voce fioca al terzo giorno.


Lo disse piano al compagno vicino.

La notizia scese di piano in piano.

  • Ho sete.


Noi si fu allarmati.

  • Bisogna resistere.


Faceva caldo, si moriva.

  • Ho sete…

  • Fai come me, mormorò il compagno.

  • Cosa?

  • Mi bagno la bocca…

  • Come?

  • ……………

  • Ieri l’ho fatta nella segatura…

  • Verrà ancora.

  • Non mi scappa.


E l’indomani ripeté:

  • Ho sete!...

  • Aspetta, bagno il fazzoletto: te lo passo. Metti la mano allo sportello….


Tutte le mattine la guardia ci diceva ridendo:

  • Minestra…..

  • I libri…


Durò sette giorni.