La signorina Lavinia

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Descrizione

Era stata molto bella una volta la signorina Lavinia. Ora era una vecchietta linda e sottile, altera, che portava sempre intorno al suo esile collo grinzoso un nastro di velluto nero da cui pendeva un medaglione con l’immagine di un bel ragazzo biondo. Camminava dritta per la strada con un’espressione rigida sul volto, come se non vedesse nessuno. Ma gli altri la vedevano sempre e commentavano. C’erano molte cose da dire sul suo conto, poiché era un caso psicologico del tutto incomprensibile per la brava gente impressionabile del quartiere. Se non potevano per donarle il suo passato un po’ troppo libero, altri erano i motivi inconsci e profondi della loro ostilità verso la vecchia signorina. In un primo tempo erano stati irritati dal fatto di non poterle al fine attribuire l’appellativo un po’ commiserante e un po’ spregiativo di “zitella”. Non si erano potuti prendere neppure questa piccola rivincita sulla sua aperta ribellione giovanile, perché la signorina Lavinia, superata la trentina, aveva avuto un figlio. Ed ora infine, cosa del tutto inconcepibile, quella donna aveva rifiutato una loro generosa offerta di riabilitazione per continuare ad invecchiare così da sola, “proprio come se non avesse bisogno di nessuno”. Era incredibile.

In quel vecchio quartiere periferico, si viveva come in una grande comunità, poiché erano tutte persone rispettabilissime e timorate di Dio, e poi tutti presto o tardi potevano avere bisogno l’uno dell’altro. Infine, per temperamento latino, erano persone molto socievoli ed ospitali. Così queste pacifiche famiglie si scambiavano reciprocamente le visite, offrendosi bicchierini di rosolio nei salotti in penombra, ricchi di tende e di fotografie alle pareti. Era logico, che la signorina Lavinia con il suo passato fosse stata un’offesa per tutte quelle persone per bene ed ora essa era ancora più condanne vole per non aver voluto accettare il loro generoso per dono, in occasione della disgrazia. Dopo tutto, quando a una donna che ha commesso una colpa come la signorina Lavinia, muore in guerra proprio il frutto della colpa, tale disgrazia la riporta automaticamente su di un piano più trattabile. In tale circostanza appunto tutti gli onesti vicini di casa si sentirono percorrere da un brivido di generosità verso quella madre non autorizzata e le inviarono una commissione scelta per farle le condoglianze e offrirle un po’ della loro pietà. Si sentivano persino disposti a perdonarle che quel suo figliolo biondo, morto così bene in guerra da meritare la medaglia alla me moria, non avesse mai avuto un legittimo padre. In fondo quella bella morte riabilitava anche il ragazzo ai loro occhi. Poteva pure succedere che una delle strade del quartiere finisse col prendere il nome del caduto, che non era altro che il nome della signorina Lavinia. Così erano andati dalla madre con la coscienza di compiere un atto veramente magnifico, pronti a consolarla con parole buone e magari anche a riceverla ora, in lutto, nei loro salotti e compiangerla. Ma la signorina Lavinia li aveva offesi una volta ancora: li aveva messi con garbo alla porta mostrando, troppo palesemente, di non avere bisogno di loro. Parve a tutti una cosa assurda, oltraggiosa, che quella donna dovesse rifiutare una così generosamente concessa ammissione in società. Una società alla buona, s’intende, a base di rosolio, ricette di dolci, progetti matrimoniali per tutti i giovani del quartiere e soprattutto di ampio cordoglio per le disgrazie di turno, ma insomma una modesta società di famiglie per bene.

Ormai la signorina Lavinia aveva abusato troppo della loro bontà, li aveva esasperati. Si erano sentiti ricadere in mano come vesciche vuote e raggrinzite, tutti quei loro bei propositi gonfi di perdono e di commozione.
Neppure quel giorno l’avevano vista piangere. La sottile dritta figura della signorina Lavinia, non si era piegata un attimo: era sola per sempre, ma non ave va bisogno di loro…
Soltanto dopo qualche mese uno dei vecchi compagni di scuola del figlio tornò da lei.

«Perché ci odia tanto?» le aveva chiesto quasi gridando, appena varcata la soglia. Aveva una strana espressione di colpevolezza negli occhi e il tono aspro delle parole non aveva del tutto coperto una vibrazione supplichevole nella voce.
«Perché vuoi saperlo?» aveva risposto la signorina Lavinia.
«Quel giorno ho capito che lei ci odia tutti, che non ci può perdonare».
La donna guardò con sorpresa il ragazzo. «Ma non eravate venuti voi a offrirmi il vostro perdono? Che cosa do vrei perdonarvi io?›› obbiettò.
‹‹Io, sono diversa da voi tutti, io ho vissuto in un modo incomprensibile per la vostra mentalità, che cosa potevo pretendere, da voi?» chiese con un’inflessione ironica nella voce.
Allora il ragazzo interruppe, e quasi piangeva «Lo so che lei ci disprezza per questo. Nessuno aveva il diritto di giudicare, di censurare…». E dopo una pausa aggiunse, con l’umiltà di una confessione: «Da bambini ci avevano proibito di giocare con suo figlio, di andare fuori con lui, noi non sapevamo perché. Io ero suo compagno di banco, ma anch’io dovevo ubbidire. Del resto›› pareva volesse giustificarsi con se stesso ‹‹del resto sembrava gli piacesse restare solo, era così scontroso e chiuso…».
«Era opera vostra›› gridò allora la donna ‹‹ora lo sai perché vi odio tutti. Io non ho mai avuto bisogno di nessuno, ma un bambino non può giocare da solo›› e quasi con dolcezza aggiunse ‹‹e tu non piangere, ora. A che servirebbe ormai? Io non ho bisogno di nessuno. E tu tienti per te quello che ti ho detto, gli altri non capirebbero mai… E poi io non voglio perdonare a nessuno».

Luciana Ragghianti Gatti

Nata a Modena il 30 gennaio 1926, ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza costretta a trasferirsi da una città all'altra per seguire il padre Eugenio, militare di carriera. Ha vissuto nelle grandi città, Torino, Roma, Bologna, come nelle piccole provincie, Treviso, Modena, Brescia.
Di mente aperta e acuta, curiosa di ogni sapere e anticonformista, mal sopportava il bigotto perbenismo della provincia. L'ambiente ristretto di fronte alla sua rara e prorompente bellezza e al suo spirito libero tendeva spesso ad isolarla. In particolar modo soffriva della ridondante retorica fascista di quegli anni, manifestando spesso anche troppo apertamente il suo dissenso. Nel 1950 consegue la laurea in Farmacia presso l'Università di Bologna, nel 1953 si laurea in Scienze Naturali presso l'Università di Modena e nel 1954 di nuovo a Bologna si laurea in Scienze Biologiche. Ha lavorato inoltre per qualche tempo come assistente in chimica presso l'Università di Bologna.

Nel 1955 si trasferì col marito Eugenio, assunto come medico all'ospedale, a Livorno dove ha cresciuto i due figli Stefano e Marta e si è dedicata all'insegnamento, trasferendo la sua passione per le scienze e la chimica a generazioni di ragazzi livornesi (conosciuta come professoressa Gatti) che ancora la ricordano anche per il suo solare sorriso e la sua grande simpatia.

La sua vivace intelligenza e sensibilità non si è limitata al campo scientifico e negli anni 50 - 52 ha scritto questi racconti che furono pubblicati su varie testate giornalistiche (….), insieme ad un certo numero di articoli prettamente scientifici.